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GIUGLIETTO CHIESA

Domenica, Luglio 11th, 2010

Alternativa è con la FIOM! In primo piano
Scritto da Giulietto Chiesa – 17 giugno 2010

E’ in corso la demolizione dei diritti del lavoro. Le centrali sindacali nazionali l’accettano o la sopportano senza reagire. La FIOM resta l’unico baluardo di questa difesa. Non possiamo lasciarla sola.
A Pomigliano il contratto nazionale viene stracciato con il sostegno dei sindacati gialli e con il balbettio di Bersani.

La FIAT ricatta i lavoratori di Pomigliano, e blandisce con promesse che non potrà mantenere, perché non ha un piano di rilancio che non sia il delirio scimmiesco di altri sei milioni di vetture che non produrrà e che, se producesse, non potrebbe vendere per mancanza di acquirenti.

Occorre un progetto di riconversione industriale, ma questo non lo ha la FIAT, non lo ha il Governo, non lo ha l’opposizione.
La FIOM deve avere il coraggio di proporlo con grande ampiezza di vedute e tenendo conto che la crisi attuale dell’auto è irreversibile.
Bisogna dire la verità ai lavoratori perché è l’unico modo per difendere la loro occupazione: dobbiamo abbandonare definitivamente il modello economico basato sulla crescita infinita, che è in contrasto con i limiti naturali; esso può portare oramai solo ai ricatti cui assistiamo.

In realtà tutta la manfrina della FIAT si riassume in una sola cosa: spremere i lavoratori finché è possibile portando fino al binario morto finale la politica dell’auto. Poi diranno che è colpa dei lavoratori se è morta e chiuderanno comunque.

Dobbiamo sapere che i lavoratori di Pomigliano sono in gravissima difficoltà, perché è in gioco il loro lavoro. Ma occorre che la loro lotta abbia una prospettiva che permetta loro di non sottostare al ricatto padronale. E occorre che non si sentano e non siano soli. Solo la solidarietà nazionale può sconfiggere un referendum che non sarà equo perché tutto il mainstream informativo, giornali e TV, si mobiliterà dalla parte della minaccia e dell’inganno.

La FIAT non può scaricare il suo fallimento strategico sui lavoratori.
Il Governo non ha idee. Gli uni e gli altri vivono alla giornata. Le loro promesse sono un bluff.

Alternativa sta dalla parte della Fiom perché è l’unica parte giusta e dignitosa; perché è una casamatta in cui difendere i lavoratori e da cui ripartire. Se non si rompe l’assedio di Pomigliano il sindacato intero, in Italia, subirà una sconfitta storica. Ed anche la stessa Costituzione Repubblicana sarà sempre più in pericolo.
La minaccia è contro tutti, non solo contro i lavoratori di Pomigliano.

Giulietto Chiesa per Alternativa

http://www.giuliettochiesa.it/index.php?option=com_k2&view=item&id=1354:alternativa-%C3%A8-con-la-fiom&Itemid=7

IN PRIMO PIANO GIULIETTO CHIESA PANDORA TV

Mercoledì, Marzo 17th, 2010

Le cariche minuscole
Considerazioni sparse sul ”Dove siamo” (8 marzo 2010)
di Giulietto Chiesa - 9 marzo 2010

Considerazione Uno
Se sono vere le informazioni date, sul «Mattino» di Napoli, da Bruno Vespa (che, essendo persona informata dei fatti, un giorno qualcuno potrebbe interrogare) il presidente della repubblica sarebbe stato minacciato di golpe dal capo del governo in carica se non avesse accettato le sue condizioni (si capirà che tutte queste cariche, da ora in poi, dovrebbero essere scritte tutte con le minuscole, per ovvie ragioni di decenza). Sappiamo che il capo dello stato ha ceduto al ricatto, non ha difeso la Costituzione (questa la scriviamo ancora con la maiuscola) e ha firmato una gravissima resa.
Non mi interessa la disputa giuridica su tutte le violazioni (assai simili a reati) commesse dai comprimari.
Mi interessa qui ricordare che siamo arrivati a questo approdo (assai provvisorio) perché la casta politica che si è impadronita del potere (maggioranza e finta opposizione) ha permesso questo scivolamento progressivo, ogni volta scusandolo. Il presidente della repubblica è stato, di questo scivolamento, partecipe sistematico.
Il prossimo scontro sarà quando i banditi di questa “marcia su roma” sempre meno metaforica dovranno fare ricorso alla forza. Adesso sappiamo che non ci sarà alcun ostacolo istituzionale. E sappiamo che i complici dell’opposizione non si opporranno.
Dunque prepariamoci a difenderci, cioè alla tragedia, perché fino a questo momento sembra una farsa, ma non lo è.

Considerazione Due
Domenica «il manifesto», “Quotidiano comunista”, è uscito con una prima pagina così concepita: una grande fotografia, in sovraimpressione un bel titolo: “Il Popolo c’è.” Al centro della foto Emma Bonino.
Il popolo, in effetti, c’è. Il problema è che va in piazza per protestare e si trova come leader una come la Bonino. Una cioè, che ha sostenuto la guerra; che è stata alleata di Berlusconi, che è neoliberista a oltranza. Non avevano altro di meglio?
Avrebbero potuto fare la copertina con la vignetta di Vauro. Sarebbe stata di gran lunga più sensata.
Ma dei “comunisti” che si mettono in fila – si presume contenti - dietro la Bonino non ne avevo ancora visti.
Luigi Pintor, dall’alto dei cieli dove sei certamente assurto, anche senza il permesso della conferenza episcopale (minuscoli anche loro), ti prego, invia loro un consiglio dei tuoi!
Ecco io guardo quella pagina, con quel titolo, con quella foto, e penso che si è trattato di un’altra, impercettibile spinta sullo stesso piano inclinato su cui siamo scivolati e continuiamo a scivolare verso il disastro.

Tratto da: megachip.info

IN PRIMO PIANO LA CRISI

Giovedì, Febbraio 25th, 2010

La scacchiera delle Caste e l’Osceno
di Pino Cabras - Megachip.

I segnali erano già tanti, ma lo scandalo Fastweb, in aggiunta a Bertolaso, è un segnale ancora più forte, per come mette a nudo l’impossibilità di distinguere – in seno alle classi dirigenti italiane – fra imprenditori corsari, mafie in espansione finanziaria, politici e amministrazione pubblica. È un unico groviglio che esce dall’«Osceno», ossia dal fuori scena, dall’occulto. Si gonfia così il turbine che travolgerà la Seconda Repubblica.
Un potere che non si vedeva, che non si sentiva, che non si toccava, che molti non volevano nemmeno raccontare, ma che ora non potranno più ignorare.
Per ora non nasce tuttavia una ribellione morale “spontanea”, non può nascere dal deserto della politica di questi anni, che ha fatto evaporare i partiti. Se ora lo scandalo si sente e se fra un po’ creerà movimenti, sarà “merito” della Grande Crisi economica e finanziaria, che farà certo danni alla società, a intere classi sociali, ai territori più deboli del Paese, ma tempesterà anche il potere, le sue relazioni, il collante delle clientele e delle ruberie.
Anche Tangentopoli emerse in un momento di forte sbandamento economico. Come dice l’economista Joseph Stiglitz «rimane vero che qualsiasi cosa sia insostenibile non è sostenibile per sempre». La fase terminale della Seconda Repubblica è una di quelle cose insostenibili.
È una regola di valore generale, quella di Stiglitz. In ogni paese, non solo in Italia, l’Osceno rientra in scena, a dispetto degli estremi tentativi di ritardare il rendiconto.
Gli Stati si sono dissanguati per cercare di rinviare gli effetti della crisi, ma gli esiti si annunciano distruttivi. Trilioni di dollari e di euro creati dal nulla hanno rallentato l’avvitarsi «sistemico» della crisi finanziaria globale, ma si tratta di una dilazione che avrà costi immensi, intanto che non si è risolto nessun problema strutturale. Di certo quei rimedi non sono ripetibili. La crisi si scongela e percola. La bolla del disavanzo è lì per scoppiare, e lo farà rendendo gli Stati incapaci di adempiere a molti dei loro doveri.
Quei pazzi che sproloquiano di una crisi ormai alle spalle cominceranno ad ammutolire, quando gli occhi e i raid speculativi punteranno verso Stati vicini a fallire, quando vedranno i tassi di disoccupazione impennarsi, quando si profilerà la fine degli ammortizzatori sociali per milioni di famiglie, quando si noterà il crollo repentino delle prestazioni dei servizi pubblici, anche quelli più consolidati, quando le caste militari-industriali saranno le uniche a prosperare, in mezzo all’incapacità di creare percorsi credibili di governance planetaria. Tutte tendenze già in atto, del resto.
Le banche – al di là e al di qua dell’Atlantico - hanno ripreso la loro corsa, ma questa sarà breve, di fronte alle scadenze ravvicinate dell’enorme bolla del debito.
La vicenda della Grecia è un banco di prova fondamentale per cercare di capire cosa si prepara per tutti noi. Ora però è difficile comprendere, perché le notizie filtrate dagli organi di informazione mainstream perlopiù mentono. Se non fosse così, nessuno oserebbe dire ancora che “il peggio è passato”.
In Italia la bolla della propaganda del sistema berlusconiano - che ha cooptato di fatto gran parte della presunta opposizione - ha potuto reggere corrompendo il bilancio. Ma la conosciamo, non è il caso di insistervi troppo su questa pagina.
Non è un problema solo nostrano. Ovunque la propaganda dei governi ha manipolato e dominato oltre ogni ragionevolezza l’interpretazione dei dati della Grande Crisi. Come funziona questa strana propaganda?
Il gruppo di analisti di Europe2020 fa notare ad esempio che Barack Obama ha fatto il suo solito figurone retorico quando ha dichiarato la sua ferma intenzione di “ridurre la dipendenza americana dal

debito”, ma lo ha fatto mentre intanto autorizzava un aumento senza precedenti del tetto del debito USA (da 1900 miliardi di dollari a 14300 miliardi di dollari). Un divario pazzesco tra il dire e il fare: ma questo è il marchio di fabbrica di Obama, in ogni campo. Funziona? Sì e no. L’imprinting informativo dura, ma intanto Obama è molto impopolare.
Che dire allora di Nicolas Sarkozy, il quale nientemeno “prevede” una caduta nella disoccupazione francese? La realtà è che il rebus per le relazioni industriali d’Oltralpe è semplicemente terribile: come gestire un milione di persone che nel 2010 non avranno più sussidi sociali per via della perdita di posti di lavoro. E anche Sarko è impopolare.
Pure in Gran Bretagna la realtà vera non ha ancora bussato bene dalle parti del discorso pubblico. Il fatto è che a maggio si vota. Così come è accaduto in Grecia, il popolo non può sapere la verità prima delle elezioni. Oggi, mentre i giornali della City bacchettano l’Euro per la crisi greca, nascondono il fatto che a Londra cova una crisi dieci volte più catastrofica. A urne aperte, o forse anche prima, l’Osceno tornerà in scena, anche lì.
La Cina, per affogare le sue contraddizioni grandi come un continente, ha ingrandito la torta del suo PIL di un altro 10% in un anno, ma ha gonfiato una bolla di credito difficilissima da controllare, specie nel settore immobiliare, mentre si profila una classica crisi da sovrapproduzione. L’Osceno è una realtà tuttavia più dinamica, a Pechino.
Cosa nascondono dunque gli scricchiolii italiani, oltre a un paese in declino? A cosa prelude la drammatica crisi greca?
In realtà sono manifestazioni di una crisi sistemica più vasta. Sono gli alberi che nascondo una foresta di debiti assai più pericolosi (in USA e UK) e sono anche il primo passo di una nuova fase calante dell’economia mondiale a guida USA.
I leader del club anglosassone e i loro media tentano di indebolire l’attrattiva della zona euro nel momento in cui USA e UK hanno sempre più difficoltà ad attirare i capitali senza i quali crollerebbero, visto il sostrato paurosamente deteriorato delle loro economie. Sperano - ecco i due piccioni con una fava - che il Fondo Monetario Internazionale, in mano loro, arrivi a gestire qualcosa nell’Eurozona, dove ora non hanno presa. Magari ci riescono con un vecchio asset di Goldman Sachs come Mario Draghi.
Ogni casta cercherà una via d’uscita o una fuga in avanti, seguendo le ideologie e i rapporti sociali e di potere che la sostengono. In Italia la Casta gelatinosa appare in crisi. Berlusconi mette ancora in campo l’opzione piduista dell’eversione costituzionale. Perciò e pericoloso e va fermato.
Altrove le insidie sono diverse. Crescono le tensioni di fondo del grande gioco che dal Medio Oriente porta in Cina. Crescono cioè le chance per le caste militariste. L’aumento della tensione retorica intorno all’Iran va in quella direzione. Il rischio di fondo di una guerra di vaste proporzioni si scava nicchie sempre più comode. E anche questo pericolo andrà fermato.

25 Febbraio 2010

http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/2882-la-scacchiera-delle-caste-e-losceno.html

GIULIETTO CHIESA - PANDORA TV

Mercoledì, Febbraio 24th, 2010

A lezione dal Mossad
Scritto da Giulietto Chiesa - 21 Febbraio 2010

Quante volte, discutendo dell’11 settembre, mi sono sentito rivolgere domande sul funzionamento dei servizi segreti e sulla loro possibile connessione con attentati terroristici. Ogni volta è difficile spiegare a pubblici inesperti come funzionano le cose. Non ne capiscono un acca nemmeno molti giornalisti. I quali, infatti, da anni corrono dietro ad al-Qa’ida, che è la sigla, il logo, che non ha dietro un bel niente se non le capacità inventive della CIA, del Mossad e dell’MI-5.
Non ne capisce molto nemmeno quel degno e ammirevole intellettuale critico che si chiama Noam Chomsky, figuriamoci.
Per questo scrivo questa postilla alle istruttive rivelazioni che emergono dallo scandalo dell’assassinio, in Dubai, di Mahmoud Al-Mabhouh, uno dei principali dirigenti dell’ala militare di Hamas.
In scena, ovviamente, il Mossad, ma la firma non la si troverà mai. Gl’imbecilli che continuano a pensare che i complotti non esistono, non possono ovviamente capire un mondo dove il complotto è diventato la regola generale, inclusa la finanza e l’economia. Ma basta dare un’occhiata nel mucchio delle cose che si vedono, per capire come funzionano queste operazioni. Lasciamo stare i passaporti veri, rubati, con le foto false. A parte il fatto che il trucco ricorda da vicino quello che venne usato per rivelare le identità dei 19 terroristi presunti dell’11 settembre: questo è l’abc delle spie. Ma guarda invece chi ha partecipato all’operazione in Dubai.
Nota 1 – Il Mossad è imbottito di agenti arabi. Così come di ogni altra nazionalità immaginabile, in ogni scenario. Ma questo è solo il primo strato. Ce ne sono molti altri. Per esempio nelle indagini in Dubai sono incappati due ex funzionari della polizia politica palestinese (Ahmad Hasnain e Awar Shekhaiber). Nota l’”ex”. Lo erano. Adesso sono businessmen in Giordania. Si fa sempre così. E’ la forma di outsourcing dei servizi segreti. Comunque sappiamo che il Mossad ha suoi uomini direttamente nei gangli vitali dell’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. La quale è interamente al soldo della CIA. Si chiama infiltrazione. E poi andate a chiede ad Hamas di fare pace con Al Fatah: se vi ridono in faccia è perché sono gentili.
Nota 2 - Ma non penserete mica che il Mossad abbia le sue mani così corte da fermarsi agli amici degli amici! Infatti ha infiltrati anche dentro Hamas. E’ finito in carcere, in Siria, uno dei più vicini consiglieri di Khaled Mashaal, il capo di Hamas. L’accusa è di essere stato la talpa per liquidare Mahmoud Al Mabhouh.
Nota 3 (storica) – A parte lo stranissimo “anarchico” Gianfranco Bertoli - che tirò la bomba contro la folla che stazionava attorno alla Questura di Milano dopo il passaggio dell’allora premier Mariano Rumor - (“anarchico” proveniente da un kibbutz israeliano, ex agente - per ammissione esplicita di Niccolò Pollari – prima del SIFAR e poi del SID) torna alla mente la rivelazione che Giovanni Galloni, stretto collaboratore di Aldo Moro, fece dopo l’assassinio dello statista democristiano. Sono le parole pronunciate da Aldo Moro in persona prima di essere rapito e ucciso: “La mia preoccupazione è questa: che io so per certa la notizia che i servizi segreti, sia americani che israeliani, hanno infiltrati nelle Brigate Rosse, ma noi non siamo stati avvertiti di questo, sennò i covi li avremmo trovati”.
Lo ricordo perché tutti (in particolare i più giovani) si guardino dalle sciocchezze che circolano e non mi chiedano più se io penso che CIA e Mossad avessero infiltrati nei gruppi terroristici che parteciparono all’11 settembre. Certo che li avevano! E che li hanno! Dunque ogni volta che un attentato produce morte e paura ricordatevelo sempre: loro come minimo sapevano, come massimo hanno partecipato. La percentuale azionaria varia da caso a caso.

GIULIETTO CHIESA

Mercoledì, Febbraio 24th, 2010

I padroni del mondo si assolvono
di Giulietto Chiesa

L’inchiesta sulla crisi finanziaria si arena fra i silenzi dei farabutti che hanno provocato il disastro.
Un funzionario tra quelli incaricati di trattare con loro qualche percento in meno delle loro prebende, si è lasciato scappare – essendo stato a contatto con loro - «è gente che pensa di vivere in un altro pianeta».
Chiedo scusa in anticipo: non sono un economista. Mi è già accaduto in passato di affrontare questioni economiche pur non essendo una specialista. L’ho fatto perché certe cose si vedono anche senza essere uno specialista e uno come me si chiede come sia possibile che la collettività non le veda o, vedendole, non si chieda cosa sta succedendo e cosa potrà succedere se non si pone rimedio. Io credo che non si vedano perché la società dello spettacolo in cui siamo a bagnomaria dalla nostra nascita ci impedisce ormai di capire. Fine della parentesi.
E veniamo al dunque. All’inizio di gennaio 2010, ormai due anni dopo l’esplosione della più grave crisi finanziaria degli ultimi 80 anni, la “Commissione d’Inchiesta sulla Crisi finanziaria” (Financial Crisis Inquiry Commission) ha cominciato i suoi lavori dalle parti di Wall Street.
Lo scopo dell’iniziativa dovrebbe essere quello di capire perché è successo il disastro. Qualcosa di simile alla Commissione d’inchiesta che gli storici ricordano con il nome del suo presidente, Pecora, e che lavorò negli anni ‘30 per venire a capo del disastro di allora.
Ricordarlo non è cosa oziosa, perché meno di dieci anni dopo scoppiò la seconda guerra mondiale. Come chiameranno gli storici questa commissione non si sa. Battezziamola Commissione Obama, per comodità.
Cosa sta venendo fuori? Niente. Per spiegare meglio: i banchieri che sono stati chiamati a dare i loro pareri non hanno visto niente o sentito niente.
Paul Krugman, indignato quanto me, che economista non sono, cita in un articolo su «The New York Times» (14/01/2010) , la deposizione di Jamie Dimon, della JP Morgan Chase: «Non c’è da essere sorpresi, accade ogni cinque o sei anni».
Si è dimenticato che il governo americano, cioè i cittadini (ma anche noi europei) hanno dovuto sganciare diversi trilioni di dollari e euro per ripagare i disastri compiti da quelli come lui, e dai governanti che, pagati da quelli come lui, hanno rinunciato a ogni forma di controllo sull’operato di gente come lui. Che quest’anno non ha sicuramente guadagnato meno di dieci milioni di dollari.
Un altro convocato per esprimere pareri, Lloyd Blankfein della Goldman Sachs, ha parlato della crisi come di un uragano che ti capita addosso. Come fare? Non c’è che da pregare Iddio.
Se si riferisce a noi, ha ragione. Ma loro hanno creato la crisi con le loro mani. E hanno costretto il mondo a pagarla, con l’aiuto di Obama. Il quale fino ad ora non ha cambiato una virgola delle regole che questa nuova classe ha scritto, anzi ha cancellato.
Ladri astuti che possono far crollare il tempio se li si chiama a rendere conto.
E adesso poveri noi? Adesso è peggio. Circa 60 miliardi di dollari saranno pagati ai circa 100 mila banchieri americani in premi e prebende per questo appena defunto 2009 che è stato il collasso per i redditi di decine di milioni di persone in America e per centinaia di milioni in tutto il mondo.
La appena citata Goldman Sachs ha pagato ai suoi 28mila dipendenti rimasti, dopo averne licenziati altrettanti, la cifra di 16,7 miliardi di dollari, circa 595 mila dollari a testa. JP Morgan ha fatto più o meno lo stesso con i suoi restanti 25mila addetti, con 11,6 miliardi di dollari complessivi.
La crisi loro non l’hanno vista, e neppure sentita.
Ma c’è anche di meglio. Barack Obama, il riformatore, che ha elargito denaro pubblico per salvare i ladri privati, ha messo in piedi una commissione per verificare quanto continuano a rubare. Una commissione che negozia con loro l’entità dei prossimi furti. In questo caso si tratta specificamente delle sette corporation che sono state tenute in piedi direttamente con i soldi pubblici, cioè stampando altro denaro per ripianare le loro follie.
La commissione si chiama TARP (Troubled Asset Relief Program, cioè Programma per il Salvataggio degli Attivi in Difficoltà). Gli attivi erano in realtà molto passivi, ma lasciamo stare.
Il salvataggio è per i banchieri di sette società che hanno preso i soldi pubblici. E sono, per la curiosità di molti, Chrysler Financial, General Motors, American International Group (AIG), Bank of America, Chrysler, Citigroup, GMAC. Per non perderci nei dettagli, prendiamo soltanto i vertici AIG, che hanno appena pagato 168 milioni di dollari, inclusi i premi di produzione, a un pugno di impiegati della sezione della corporation che si occupava dei Derivati Finanziari, cioè proprio quella che, se non avesse la banca ricevuto un prestito di 180 miliardi di dollari dalla Federal Reserve, “avrebbe trascinato a fondo l’intera finanza mondiale”. («International Herald Tribune», 2-3/01/2010).
Qui sono in discussione, si fa per dire, i redditi individuali delle 25 persone che stanno al vertice di quelle istituzioni private. In tutto si tratta di un pugno di farabutti comprendente 136 nomi. I quali, incuranti di ogni cosa, resistono abbarbicati alle loro montagne di denaro. E, in caso qualcuno volesse farli scendere, anche solo di qualche gradino, minacciano ritorsioni, gridano che se ne andranno altrove, rifiutano ogni compromesso.
Pochi ma potentissimi. Sono loro i veri padroni del mondo. E lo prova il fatto che nessuno ha avuto il coraggio, fino ad ora, di pubblicare l’elenco dei loro nomi sulle prime pagine dei giornali americani. E penso che questi elenchi dovrebbero essere pubblicati sulle prime pagine dei giornali di ogni paese del mondo, perché – anche se non tutti sono stati salvati con iniezioni ricostituenti delle dimensioni stratosferiche di questi ladri americani – tutti si sono salvati con gli stessi meccanismi. Ciascuno a spese dei cittadini di riferimento. Altro che Madoff, il banchiere capro espiatorio che è stato dato in pasto alla curiosità mondiale. Vittima sacrificale, non dirò poveretto perché il termine non gli si addice comunque, perché tutti questi 163, insieme agli altri 99 mila, potessero restare tranquilli al vertice del mondo.
Un funzionario tra quelli incaricati di trattare con loro qualche percento in meno delle loro prebende, si è lasciato scappare – essendo stato a contatto con loro - «è gente che pensa di vivere in un altro pianeta».
Ma la verità è all’opposto: siamo noi che viviamo sul loro pianeta. Ospiti indesiderati. C’è spazio per noi solo in quanto consumatori temporanei dello spettacolo che ci offrono e per il quale dobbiamo pagare il biglietto d’ingresso.

19 Gennaio 2010

Fonte: www.antimafiaduemila.com

FUNIMA DAY 2009

Martedì, Febbraio 9th, 2010

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DA PORDENONE

IN OCCASIONE DI FUNIMA DAY 2009
INTERVISTA AL GIORNALISTA GIUGLIETTO CHIESA

A CURA DI BARBARA DRAGO UFFICIO STAMPA FUNIMA INTERNATIONAL ONLUS
PRIMA PARTE

WWW.FUNIMAINTERNATIONAL.ORG

FUNIMA DAY 2009

Martedì, Febbraio 9th, 2010

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DA PORDENONE FUNIMA DAY 2009

INTERVISTA AL GIORNALISTA GIUGLIETTO CHIESA
SECONDA PARTE

GIULIETTO CHIESA

Mercoledì, Dicembre 23rd, 2009

Le tante Guantanamo che non chiudono
Di Giulietto Chiesa - 22 dicembre 2009

Esplode, non esplode, esplode. Lo scandalo della prigione segreta della Cia in Lituania si arricchisce di nuovi particolari, sempre più attendibili. La notizia arriva con oltre due anni di ritardo rispetto alle rivelazioni della americana Abc che avevano permesso di individuarne almeno due, in Polonia e in Romania, spingendo il Parlamento Europeo a formare una commissione speciale d’indagine sulle extraordinary renditions di presunti terroristi, cioè prelevamenti illegali di prigionieri con destinazione finale Guantanamo.
Molti aeroporti europei, tra cui quello di Roma e di Aviano, erano serviti come tappa, tra il 2002 e il 2005. L’Italia aveva “aiutato” anche il rapimento a Milano di Abu Omar. Altri paesi europei hanno fatto di più, cioè hanno concesso alla Cia di ospitare prigioni. Altri hanno fatto atterrare gli aerei segreti.
In Lituania pare che la prigione fosse nei pressi della cittadina di Rudnikaj, in una base ex sovietica, a 40 chilometri da Vilnius.
Secondo la Abc, che ha avuto le informazioni da una fonte qualificata degli stessi servizi segreti Usa, in quella prigione sono passati almeno otto prigionieri. Ovviamente il governo lituano smentisce. Anche ieri lo ha fatto. Ma è stato messo in difficoltà dell’ex presidente Rolandas Paksas il quale ha dichiarato, papale papale, che l’impeachment cui fu costretto nel 2004 fu l’effetto del suo perentorio rifiuto di ospitare prigioni segrete per conto terzi.
“Quando ero presidente – ha dichiarato - seppi che c’era gente che voleva portare sospetti terroristi in Lituania. Io credo che il mio disaccordo sostanziale sia stata la causa scatenante di una campagna contro di me e del mio successivo impeachment”.
Dunque le pressioni ci furono e, con alto grado di probabilità, l’operazione venne realizzata suo malgrado, tra il 2004 e il 2005 (come afferma la Abc).
La domanda che si pone è come mai la faccenda emerge adesso. Chi muove queste gole profonde e perché? Dice il vero Abc quando fa risalire l’indiscrezione a una fonte Cia? O c’è qualche mano europea che, come minimo, aiuta?
In questo, come in altri casi, si vede in trasparenza l’esistenza di almeno due Europe. Come ai tempi della guerra irachena ci furono la Germania di Schroeder e la Francia di Chirac che non accettarono il gioco della Washington di Bush, così adesso non tutte le capitali europee sono sdraiate dietro a un Obama sempre più incerto e ondivago.
La rinuncia ai missili in Polonia e al radar in Cechia non è piaciuta ai neocon europei. Guantanamo non piace ai liberal americani che hanno votato Obama. La Cia che ha torturato i prigionieri della guerra al terrore non si sente sicura dell’impunità che, pure, Obama le ha garantito.
E la crisi economica che ha colpito l’est Europa, in primo luogo i tre stati baltici, rimescola molti mazzi di carte. Poltrone bruciano ad alta intensità. Chi si deve alzare cerca nuove alleanze. E la vicenda delle extraordinary renditions non è conclusa. Inchieste sono ancora aperte in Germania, in Spagna, in Portogallo. In Italia il processo di Milano per il rapimento di Abu Omar non ha potuto superare il segreto
di stato, e non avrà dietro le sbarre gli agenti della Cia che realizzarono l’operazione.
Guantanamo non si chiude e, anzi, si scopre che altre prigioni segrete sono ancora aperte. Per esempio nella base afghana di Bahgram. A Vilnius, piccola capitale che porta nel suo seno un grande segreto, qualcuno ha aperto una smagliatura che potrebbe compromettere la tenuta della tela. Se qualcuno – ma è davvero improbabile – dovesse pagare un prezzo, l’onda della risacca finirebbe per arrivare lontano.
http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/1545-le-tante-guantanamo-che-non-chiudono.html=

GIULIETTO CHIESA

Giovedì, Ottobre 22nd, 2009

I generali della guerra del gas si preparano alla battaglia più dura.
Di Giulietto Chiesa

Improvvisamente, quando il “Nord Stream” si trova ormai sulla soglia del superamento degli ultimi ostacoli burocratici e tecnici, ecco riaffiorare, in Europa e negli Stati Uniti, le polemiche, o meglio espliciti tentativi, di fermarne l’esecuzione.
Il “Nord Stream”, per i non specialisti, è la grande operazione che Mosca ha intrapreso per aggirare - piazzando i tubi sul fondo del Mar Baltico, da Vyborg a Greifswald - l’ostacolo frapposto dall’Ucraina all’afflusso del suo gas agli utilizzatori occidentali.
Che si tratti di un ostacolo Mosca l’ha sperimentato negli inverni scorsi, ultimi due inclusi, con due “guerre del gas” alle quali è stata costretta dalle mosse del presidente Viktor Jushenko.
“Costretta, dice Putin, molto arrabbiato, perché «noi vogliamo solo vendere il nostro gas, ma Kiev ce lo impedisce».
Non si sa quanto sia costato a Gazprom, fino ad ora, tutto questo contenzioso. Il potente CEO di Gazprom, Aleksei Miller, non lo ha rivelato. Ma qualcuno a Mosca ha fatto i conti: il tappo ucraino ha fatto perdere alle casse russe, nei diciotto anni dalla fine dell’URSS, qualche cosa come 50 miliardi di dollari tra gas trafugato lungo il tragitto, gas non pagato, gas ottenuto a prezzi di gran lunga al di sotto di quelli di mercato.
Il tutto va preso, come si suol dire, con le pinze, perché l’Ucraina fornisce dati del tutto diversi. Ma resta il fatto che Mosca non aveva alternative: i gasdotti e gli oleodotti costruiti durante l’era sovietica passavano su territorio sovietico, e su quello dei paesi amici del Patto di Varsavia. Una volta crollato il sistema chi ricevette in dono dal destino la rendita di posizione costituita da quelle tubature ha potuto giocare le sue carte: o paghi di più o non passi. Ovvero: o mi dai una parte del prodotto a prezzo ridotto o non passi. In ogni caso mi prendo qualche cosa dai tubi. E se protesti io chiudo i rubinetti e ti accuso, di fronte all’Europa, di volerci ricattare per ragioni politiche, di volerci mettere tutti a secco, al freddo e in crisi industriale, di voler imporre la tua sfera d’influenza perduta con la sconfitta nella guerra fredda.
Finché si trattava di paesi amici, controllati o controllabili, Mosca ha abbozzato, improvvisando accordi che reggevano malamente, ma reggevano. Comunque passando di crisi in crisi: circa un centinaio in quindici anni, di varia entità e gravità, variamente ridipinte dalle parti con colori politici, ma con un unico denominatore comune: pagare meno.
Con la Bielorussia di Lukashenko, per esempio , salvo qualche momento difficile, ha funzionato. Anche perchè Lukashenko ha avuto pessimi rapporti con l’Occidente e all’orizzonte resta l’ipotesi di una riunificazione Russia-Bielorussia..
Ma con l’Ucraina di Jushenko (la Julia Timoshenko ha cambiato alleanze e ora pare che stia con Mosca) il discorso è divenuto insostenibile.
La “rivoluzione arancione” ha messo Kiev sotto la protezione di Washington e di Bruxelles e in rotta di adesione all’Unione Europea e di ingresso nella Nato. Cioè in rotta di collisione con Mosca. Che senso avrebbe avuto, per Mosca, continuare a fare regali per accattivarsene un’amicizia ormai impossibile?
E anche in Europa non tutti erano e sono disposti a subire il ricatto ucraino. Troppo esplicito e anche pericoloso. Perché Mosca non intende essere perdente. Quindi, se il gas non passa attraverso l’Ucraina, allora i rubinetti li chiude la Russia alla fonte. Con il risultato che non solo Kiev non riceve niente e rimane sola con il suo ricatto, ma anche l’Europa non riceve niente. La Russia ci perde, in termini di minori introiti, ma l’Europa intera rimane senza un quarto dell’energia che le serve. E domani sarà ancora peggio, secondo tutte le previsioni.
Con la prospettiva molto realistica che Mosca trovi – anzi l’ha già trovato – un compratore assetato di energia, e in grado di assorbire tutto il flusso che adesso va a ovest. Si tratta della Cina. E già altri tubi si spingono a est. Ci vorrà qualche anno, ma a questo si giungerà inesorabilmente. La sete cinese è immensa.
Così Putin ha trovato orecchie e tasche sensibili, visto che il “Nord Stream” costa oltre 10 miliardi di euro. In Germania prima di tutto. L’ex cancelliere Gerhard Schroeder in testa, divenuto il CEO del progetto. Ma anche la Merkel ha abbozzato, con dietro le industrie tedesche. E adesso Sarkozy si accoda veloce.
Se poi ci metti il “South Stream”, in alternativa al “Nabucco”, per portare il gas, sotto il Mar Nero, in Bulgaria, nei Balcani, in Grecia, in Italia (e qui Putin ha trovato l’entusiastico appoggio di Berlusconi, cioè dell’Eni, e di nuovo, di Sarkozy, ecco che si delinea una situazione in cui Mosca può fornire il suo gas (e quello che contratterà con le ex repubbliche sorelle dell’Asia Centrale) agli Europei, senza sottostare ad alcun filtro.
Ovvio che questo significherà una vera e propria rivoluzione nei rapporti tra Russia e Europa.
Ma questo non piace a Washington. Ecco perché si è alzata la voce del vecchio Zbignew Brzezinski, ex consigliere per la Sicurezza nazionale di Jimmy Carter: attenzione che Mosca vuole «isolare l’Europa dell’est dall’Europa Occidentale». Segue il coro delle proteste di tutti gli “sventurati” che restano a bocca asciutta.
Urmas Paet, ministro degli esteri estone, lamenta che i paesi baltici saranno “ignorati”. In aprile 23 ex capi di stato e di governo, capeggiati da Vaclav Havel e Lech Walesa, denunciano il tentativo di Mosca di voler ««ristabilire sfere d’influenza». La tesi è una sola: l’operazione è una minaccia rivolta contro l’Europa orientale, che diventerebbe “ricattabile” e resterebbe priva di energia.
Ma è poi vero che Bruxelles non potrebbe redistribuire, secondo criteri di mercato, il gas che comunque arriverà in abbondanza da Mosca? Non si vede come la Russia potrebbe condizionare la distribuzione europea del suo gas, una volta che esso sia giunto nei terminali del “Nord Stream” e del “South Stream”.
Il ministro degli esteri polacco, Radosław Sikorski paragona il “Nord Stream” addirittura al patto Molotov – Ribbentrop.
Questi gasdotti non s’hanno da fare. Al loro posto Washington e il coro dei suoi alleati europei preferiscono il “Nabucco”, che ha il vantaggio di bypassare completamente Mosca per andare a trovare i
venditori in Turkmenistan, Kazakhstan, passando ovviamente per la Georgia e la Turchia. Operazione perfetta, se non fosse che Putin e Medvedev hanno già messo a segno la loro contromossa, e hanno alleati molto potenti, per non dire decisivi, in Europa.
Succederà di sicuro qualche cosa di grosso, nei prossimi mesi. Se Putin, Berlusconi e Gerhard Schröder hanno deciso di vedersi en privé a San Pietroburgo, proprio adesso, è perché si preparano a sostenere un’offensiva potente.

22 ottobre 2009

Tratto da Megachip.

GIULIETTO CHIESA, PUBBLICHIAMO VOLENTIERI QUESTE RIFLESSIONI

Sabato, Ottobre 3rd, 2009

Intrigo internazionale e funghi atomici su Teheran. Alta tensione

E’ possibile che qualche cosa di molto importante sia accaduto e stia accadendo, “sotto il tappeto”, in preparazione e in connessione (forse per anticiparla e impedirla) con la clamorosa decisione di Obama di
rinunciare al sistema missilistico in Europa (con radar nella Repubblica Ceca). Non solo decisione cruciale, ma soprattutto devastante per i piani israeliani. La motivazione usata da Obama, infatti, si basa sulla valutazione congiunta delle agenzie americane, dei servizi segreti, che l’Iran non possiede, né potrà possedere in un futuro prevedibile, né l’arma atomica, né la capacità di costruire vettori capaci di portarla a destinazione negli Stati Uniti.
E’ noto che, al contrario, Israele considera questa eventualità non solo possibile ma ravvicinata e che è intenzionata a stroncarla, a qualunque costo, e in qualunque modo.
La scelta di Obama è dunque, al tempo stesso, una dura presa di distanza dalla leadership di Israele. Una svolta senza precedenti per gli Stati Uniti d’America. Questa è la premessa per inquadrare quanto qui racconterò sulla base delle informazioni disponibili e cercando di ripulirle dagl’inquinamenti di cui sono striate.
E non c’è da stupirsene perché la materia scotta, in tutti i sensi.
Forse c’entra anche, in tutto questo, la misteriosa storia della Arctic Sea, la nave battente bandiera maltese ma con equipaggio russo di 13 persone, sparita il 28 luglio scorso, assaltata da strani “pirati” al largo delle coste portoghesi, nell’Atlantico.
Ma partiamo dagli ultimi avvenimenti e cerchiamo di mettere a posto un difficile mosaico.
Il 14 settembre scorso tutti i media russi e il New York Times danno notizia di un gravissimo incidente nella base militare di Tambov, circa 400 chilometri a sud-est di Mosca. Citando la Reuters, che a sua volta citava l’agenzia Ria-Novosti, che a sua volta citava una fonte di alto livello dei servizi segreti russi, il New York Times informa che “cruciali documenti segreti possono essere stati distrutti dal fuoco” in un incidente in cui hanno perso la vita ben cinque ufficiali di guardia. L’edificio appartiene “ai servizi segreti” e ospitava “documenti segreti di speciale importanza” per la sicurezza nazionale della Russia. “L’incendio – proseguiva il dispaccio della Reuters – ha seriamente colpito la zona segreta dell’edificio”, investendo “circa 400 metri quadri”. Il vice ministro della difesa, colonnello-generale Aleksander Kolmakov, accorre sul posto insieme ad alti ufficiali dei servizi segreti. Il tutto sarebbe accaduto alle 10 del mattino del giorno precedente, domenica 13 settembre.
Qui finiscono le notizie ufficiali e cominciano quelle ufficiose. Ma interessanti anche dopo essere state depurate. C’è un sito sul web, abbastanza noto, che dispone di discreti e provati contatti con fonti russe che vogliono far sapere “altro”. Si chiama http://www.whatdoesitmean.com/index1275.htm e ospita spesso analisi firmate con nome femminile, Sorcha Faal. Non so chi sia, ma dal contesto e dal contenuto si possono dire due cose: c’è del vero in quello che dice, anche se l’insieme va preso con cautela.
Da questa analisi emergono cose sconcertanti. L’incendio non sarebbe stato un incidente. Si sarebbe trattato di un attacco di commandos contro “i bunker che ospitano la Direzione Generale dell’Intelligence russa”. Quali commandos? Non viene detto, ma si capisce che si tratta di un lavoro di alta specializzazione. Uno o più gruppi armati che, “in meno di 15 minuti” sarebbero stati in grado di “ penetrare nel perimetro di sicurezza, disattivare i sistemi antincendio e attaccare il bunker dei documenti con armi incendiarie”.
Sorgono molte domande. Chi ha inviato i commandos? Erano russi? E, se non erano russi, come potevano essere arrivati nel cuore della Russia, percorrendo – si presume in volo – diverse centinaia di chilometri senza essere rilevati e contrastati? In Russia tutto è possibile, ma neanche in Russia si fanno miracoli.
Esiste un nesso tra questo episodio e altri eventi occorsi nelle ultime settimane? Forse si può tentare di collegarne alcuni. Facciamo un salto indietro di qualche giorno. L’8 settembre il Jerusalem Post scrive che il premier Netanyahu è sparito verso destinazione ignota.
Il 9 un altro giornale israeliano precisa una notizia sensazionale: Netanyahu è volato segretamente a Mosca a bordo di un aereo privato.
Perché? Come? Il sito sopra citato fornisce importanti dettagli che sembrano derivare da una fonte dei servizi segreti russi. Seguiamo il racconto di Sorcha Faal.
Netanyahu si sarebbe precipitato a Mosca, senza neppure preavvertire il governo russo, per chiedere “l’immediata restituzione” di “tutti i documenti, dell’equipaggiamento e degli agenti del Mossad catturati dai commando russi e americani” che avevano ripreso il controllo della Arctic Sea dopo che un commando composto da israeliani e agenti fuori controllo (“rogue agents”, dice Sorcha Faal) della CIA aveva assaltato la nave, impadronendosene per diverse ore, forse giorni. Qui le domande si affollano. E anche i dubbi.
Ma non è, assai probabilmente, un’invenzione peregrina. La fonte dell’FSB che racconta la vicenda aggiunge particolari straordinariamente interessanti e anche molto precisi. Nella Direzione Generale dell’FSB di Tambov vi sarebbero stati “tutti i files operativi” compilati dall’FSB, il servizio segreto russo, concernenti la famosa Blackwater, la corporation privata cui Bush e Cheney affidarono importanti incarichi di sicurezza in Irak e non soltanto, e cui la Cia (come risulta ora dall’inchiesta aperta negli Stati Uniti), commissionò l’incarico degli assassini mirati per liquidare i leader e i militanti di rilievo di Al Qaeda. Che i servizi segreti russi tenessero e tengano sotto osservazione questa attività è del tutto logico. Sarebbe illogico pensare il contrario. Resta da capire cosa e come possano avere scoperto. Ma cosa c’entra Netanyahu?
Torniamo dunque al suo viaggio segreto a Mosca. Il 10 settembre, nel pomeriggio, insieme agli altri membri del club di discussione Valdai, di cui faccio parte, incontro il ministro degli esteri russo, Sergej
Lavrov. Mosca è piena di voci su quel viaggio e la domanda è inevitabile. Lavrov non conferma ma nemmeno smentisce. E ovviamente non dice chi ha incontrato Netanyahu e perché. Ma dichiara che Mosca non ha violato nessuna delle regole internazionali del commercio di armi e che ha fornito all’Iran, in passato, solo “armi rigorosamente difensive”. Nel frattempo fonti israeliane, subito riprese da diversi giornali occidentali e anche russi, diffondono l’informazione secondo cui, a bordo della Arctic Sea ci sarebbe stato non un carico di legnami preziosi, ma un carico di missili S-300 destinati all’Iran.
Gli S-300 sono missili anti-missile, cioè arma difensiva.
Notizia strana. La Russia avrebbe mandato in giro, lungo una rotta lunghissima (dall’Oceano Artico, nell’Atlantico, via la Manica, fino alle Canarie, ma per andare dove?), un carico delicatissimo, esponendo la sua merce a ogni rischio (come poi sarebbe avvenuto), senza poterla tenere sotto controllo. Basta guardare le carte geografiche per capire che Mosca può inviare in Iran ciò che vuole attraverso il Mar Caspio, su cui si affacciano i suoi porti e quelli iraniani. Dunque notizia improbabile. Sicuramente il carico della Arctic Sea era molto importante, ma non era quello che dicono gli israeliani. E non era diretto all’Iran ma – ecco la novità di Sorcha Faal -“agli Stati Uniti”.
Ecco perché all’operazione di ricupero della Arctic Sea avrebbero preso parte anche gli Stati Uniti, con uomini e, soprattutto, informazioni sulla localizzazione della nave.
Secondo la ricostruzione citata la Marina Militare russa, con il concorso di unità della marina finlandese e dei servizi americani, avrebbe prelevato tre missili, dotati di testata nucleare, dopo averli recuperati dal relitto del Kursk, il sommergibile nucleare affondato nel 2001 in circostanze misteriose nell’Artico. Tragedia nella quale persero la vita 118 marinai e ufficiali russi. All’epoca i russi avevano incaricato del recupero dei cadaveri del Kursk due compagnie danesi, la Mammoet e la Smit International, ma senza il permesso di toccare i missili. Si trattava di missili nucleari tattici P-700 Granit, in grado di affondare navi di grandi dimensioni, per esempio portaerei.
Secondo fonti della intelligence militare russa, il GRU, i missili sarebbero stati caricati sulla Arctic Sea, e diretti verso gli Stati Uniti per essere affidati alla US Nuclear Security Administration che ne doveva curare lo smantellamento nell’impianto Pantex, in Texas. Il tutto in base agli accordi di disarmo dello START 2.
La Arctic Sea, con un carico ben più importante del legname, viene attaccata da “commandos non identificati” . Ovvio che non si tratta di comuni pirati. Qui ci sono in campo servizi segreti potenti, in grado di mettersi di traverso niente meno che a un’operazione congiunta russo-americana. Mosca reagisce con veemenza inusitata. Il comandante in capo della Marina, Vladimirr Visotskij dichiara pubblicamente che “tutte le navi e i natanti della marina russa nell’Atlantico sono stati inviati alla ricerca della nave sparita”. Il 18 agosto il ministro della difesa russo, Anatolij Serdiukov annuncia che le forze navali russe, “in cooperazione con il Comando Spaziale della Marina USA” hanno “ripreso possesso” della Arctic Sea. Fonti anonime dei servizi russi parlano di “terroristi della CIA con falsi passaporti estoni, lettoni, e russi. C’è un’altra fonte, non anonima, russa, che racconta altre cose. Si tratta di Mikhail Voitenko, direttore di una rivista specializzata in incidenti marittimi, la Sovfracht, il quale fa sapere che la Arctic Sea non era una qualunque nave da trasporto, ma era dotata dei più moderni mezzi di localizzazione e di comunicazione. Per giunta, al momento dell’assalto dei “pirati”, la nave si sarebbe trovata in acque dove “perfino i cellulari funzionavano”. Perché non ci fu allarme subito? Il mistero s’infittisce. Mikhail Voitenko, dopo avere troppo parlato, scappa in Turchia e dichiara di essere sotto grave minaccia di vita.
Qui dobbiamo tornare a Netanyahu perché il sito sopra citato mette direttamente in relazione i servizi segreti israeliani con la vicenda della Arctic Sea. Vediamo come. Fonti questa volta del ministero degli esteri russo rivelano che l’aereo privato su cui viaggiava Netanyahu aveva un piano di volo che prevedeva l’atterraggio a Tbilisi, Georgia ma che (l’episodio deve essere avvenuto tra l’8 e il 9 settembre) all’improvviso, in vicinanza dello spazio aereo russo, il pilota chiede “urgentemente” di poter atterrare a Mosca, specificando che ha a bordo il primo ministro israeliano Netanyahu. Il permesso è accordato e l’aereo atterra nella base militare di Kubinka, non lontano dalla capitale.
Sempre stando al racconto di Sorcha Faal, all’aeroporto di Kubinka arriva in tutta fretta il presidente russo Dmitrij Medvedev, che incontra non solo un Netanyahu furibondo ma un’intera delegazione israeliana, composta dal generale Meir Kalifi, ministro per gli Affari Militari e Uzi Arad, consigliere per la Sicurezza Nazionale d’Israele.
La richiesta, perentoria, a Medvedev è “un’immediata restituzione di tutti i documenti, dell’equipaggiamento e degli agenti del Mossad” catturati dai russi e dagli americani a bordo della Arctic Sea. A quanto pare Medvedev, già irritato per il mancato preavviso, per la insolita procedura, e per i toni degli ospiti, replica che “l’investigazione è in corso” e che “la Russia non è pronta a dare alcuna prova a nessuno”. Con ogni probabilità si è parlato anche d’altro e qui il racconto diventa del tutto inverificabile. Uno degli argomenti in questione, per altro probabilmente, sarebbe stata una richiesta di chiarimento circa le armi che la Russia starebbe fornendo all’Iran. Il tutto in connessione con un possibile attacco israeliano sulle installazioni nucleari iraniane. Sorcha Faal mette tra virgolette frasi di Netanyahu di incredibile gravità, del tipo che “la Russia dovrebbe pararsi il sedere” e non essere sorpresa quando “nubi a forma di fungo cominceranno ad apparire sopra Teheran”.
La reazione di Medvedev non viene riferita. Ma sia Medvedev che Putin in quei giorni, anche negl’incontri con i membri del Club Valdai, hanno ripetutamente ribadito l’inaccettabilità di ogni azione di forza contro l’Iran e la necessità di uno sviluppo della via negoziale.
Non sarà inutile qui ricordare chi era uno dei due accompagnatori di Netanyahu a Mosca, Uri Arad. L’attuale Segretario alla Sicurezza Nazionale di Israele è persona non grata negli Stati Uniti. Lo è da quando risultò, nel 2006, che era direttamente implicato nel cosiddetto AIPAC Espionage Scandal (AIPAC sta per American Israeli Public Affair Committee). In quel processo, largamente coperto dalla stampa americana, emerse che importanti documenti della politica americana verso l’Iran venivano passati a Israele, attraverso l’AIPAC e personalmente Uri Arad, da un funzionario del Dipartimento della Difesa, Lawrence Franklin. Questi fu condannato a 13 anni per spionaggio a favore di uno stato straniero; condanna poi tramutata in 10 mesi di arresti domiciliari. Ebbene, viene riferito che Uri Arad fu
protagonista di uno scandalo aggiuntivo quando Hillary Clinton incontrò Netanyahu a Gerusalemme. Hillary e i suoi consiglieri furono sconcertati di vedere Arad al fianco di Netanyahu e, per evitare un incidente diplomatico, proposero che all’incontro assistessero solo tre persone per parte. Netanyahu non fece una piega e chiese all’ambasciatore israeliano a Washington, Sallai Meridor, di allontanarsi, e tenne con sé Uri Arad. Meridor si dimise qualche giorno dopo e un portavoce di Netanyahu spiegò in seguito che la presenza di Arad era “indispensabile per la questione iraniana”.
Quanto fosse indispensabile lo dimostra la posizione di Arad in materia: “massima deterrenza”, nel senso che Israele “deve minacciare e colpire ogni e qualsiasi cosa abbia importanza in merito”, a cominciare “dai leader” per finire “ai luoghi sacri”. (Editoriale di Paul Woodward, 18 marzo 2009. http://warincontext.org/2009/03/18/editorial-we-want-the-land-not-the-people).
Cosa ci sia di vero nelle rivelazioni (guidate dai servizi segreti militari russi) secondo cui tra i files distrutti a Tambov c’erano anche quelli che “confermavano” le accuse contro i servizi segreti USA e israeliani, formulate dal generale Mirza Aslam Beg, ex capo di stato maggiore dell’esercito pakistano, secondo cui “mercenari privati” della Blackwater (ora rinominata Xe) sarebbero stati “gli organizzatori degli attentati contro l’ex primo ministro libanese Rafik Hariri e contro Benazir Bhutto”.
In ogni caso, concludendo, si può dire con certezza che il viaggio di Netanyahu a Mosca c’è stato. E che una cosa del genere si fa soltanto se sono in gioco eventi drammatici.
Si capisce che Netanyhau aveva una gran fretta, una settimana prima che Obama annunciasse che l’Iran non costituisce, al momento, una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. Resta da capire qual’era lo scopo dell’assalto alla Arctic Sea e come mai i servizi segreti israeliani si sono esposti così apertamente in una operazione ostile nei confronti di Stati Uniti e Russia. E resta, ovviamente, da investigare l’assalto (se di assalto si è trattato) alla base segreta russa di Tambov, solo cinque giorni dopo il burrascoso incontro di Kubinka.
http://www.megachipdue.info/component/content/article/42-in-evidenza/668-intrigo-internazionale-e-funghi-atomici-su-teheran-alta-tensione.html

Giulietto Chiesa
20 settembre 2009

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